33) Locke. I cattolici non devono essere tollerati.
Locke propone nel Saggio sulla tolleranza di non tollerare i
"papisti", secondo il principio che gli intolleranti non devono
essere tollerati, in quanto pericolosi per la societ.
J. Locke, Saggio sulla tolleranza, (pagina 195).

Dato che gli uomini acquisiscono abitualmente la loro religione
all'ingrosso, e fanno proprie le opinioni del loro partito in un
sol mucchio, avviene spesso che essi mescolino col loro culto
religioso e con le opinioni speculative altre dottrine
assolutamente distruttive per la societ in cui vivono, come 
evidente nel caso dei cattolici romani che siano sudditi di un
sovrano diverso dal papa. E perci costoro, in quanto mescolano
con la loro religione opinioni siffatte, le rispettano come verit
fondamentali e si sottomettono ad esse come ad articoli della loro
fede, non devono essere tollerati dal magistrato nell'esercizio
della loro religione, a meno che egli possa avere la garanzia di
poter ammettere una parte senza che si diffonda l'altra, e che
quelle opinioni non saranno assorbite e assunte da tutti coloro
che sono in comunione con loro nel culto religioso; cosa che,
suppongo,  ben difficile che avvenga.
[...].
Quanto ai papisti,  sicuro che di parecchie delle loro pericolose
opinioni, che sono assolutamente distruttive per ogni governo
eccettuato quello del papa, non deve essere tollerata la
diffusione; e che il magistrato  tenuto a reprimere chiunque
diffonda o renda pubblica una di esse nella misura in cui ci 
sufficiente ad impedirlo. E questa regola non si estende soltanto
ai papisti, ma ad ogni altro genere di persone che sono tra noi;
perch un tale impedimento ostacoler in una certa misura la
diffusione di quelle dottrine che avranno sempre cattive
conseguenze e che, come i serpenti, non si otterr mai con un
trattamento cortese che mettano da parte il loro veleno.
I papisti non devono godere i benefici della tolleranza, perch,
dove essi hanno il potere, si ritengono in obbligo di rifiutarla
agli altri. E' infatti irragionevole che abbia piena libert di
religione chi non riconosce come proprio principio che nessuno
debba perseguitare o danneggiare un altro per il fatto che questi
dissente da lui in fatto di religione. Infatti, se  vero che la
tolleranza  posta dal magistrato come fondamento su cui stabilire
la pace e la quiete del suo popolo, tollerando uno che gode dei
benefici di quest'indulgenza condannandola al tempo stesso come
illecita egli non fa altro che blandire chi professa di essere
tenuto a danneggiare il suo governo non appena sia in grado di
farlo.
J. Locke, Saggio sulla tolleranza, in Scritti sulla tolleranza,
UTET, Torino, 1977, pagine 104 e 111.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/4. Capitolo
Otto.
34) Locke. La vera Chiesa cristiana  tollerante.
Locke nell'indirizzo di apertura dell' Epistola, rivolgendosi
all'amico olandese e stampatore dell'opera Philip van Limborch,
ritiene la tolleranza il segno pi importante della vera Chiesa.
J. Locke, Lettera sulla tolleranza, All'illustrissimo Signor
T.A.R.P.T.O.L.A. [sta per: a Limborch di Amsterdam, professore di
teologia presso i Rimostranti, odiatore della tirannide], scritta
da P.A.P.O.I.L.A. [sta per: da John Locke, inglese, amico della
pace, odiatore della persecuzione]. (pagine 194-195).

Signore illustrissimo, poich mi chiede che cosa pensi della mutua
tolleranza tra cristiani, le rispondo brevemente, che questo mi
sembra il segno di riconoscimento pi importante della vera
Chiesa. Gli uni infatti possono vantarsi dell'antichit dei luoghi
e dei nomi del loro culto o dello splendore del culto, altri della
riforma delle disciplina, tutti, infine, possono menar vanto
dell'ortodossia della loro fede, perch ciascuno  ortodosso per
se stesso: tutti questi e altri del genere possono essere segni
delle contese umane sul potere e sull'autorit, pi che segni
della Chiesa di Cristo...
Altro  il compito della vera religione, che non  nata per il
lusso esterno, non per esercitare il dominio ecclesiastico, non,
infine, per esercitare la violenza, ma per dirigere la vita in
modo retto e pio.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 603-604.
